Quando ci si rivolge ad una struttura sanitaria, pubblica o privata, l’eventuale danno da cure sbagliate rimane di natura contrattuale ex art. 1218 cc: il danneggiato avrà il solo onere di provare l’esistenza del contratto atipico di “spedalità” con il termine prescrizionale lungo di 10 anni; in capo alla struttura sanitaria rimane l’onere della prova di aver ben adempiuto alle proprie obbligazioni.

Tale impostazione valeva altresì nei confronti del medico (o dell’equipe) al quale si chiedeva, al pari, il risarcimento del danno unitamente alla struttura sanitaria.

Per contro, l’innovativa sentenza del Tribunale di Milano, sezione I, del 17 luglio 2014 propone una qualificazione della responsabilità differente in capo al medico ritenuto responsabile: ferma la responsabilità della struttura sanitaria come sopra descritta (dunque di natura contrattuale) l’eventuale domanda di risarcimento danni estesa anche al medico (o solo al medico privo di contratto con il paziente) avrà la natura del c.d. danno aquiliano.

In sintesi il danneggiato dovrà provare quale sia stato l’errore del medico entro il diverso termine prescrizionale di cinque anni.

La pronuncia meneghina prende le mosse dal recente decreto Balduzzi auspicando che venga favorita: “la c.d. alleanza terapeutica fra medico e paziente, senza che (più o meno inconsciamente) venga inquinata da un sottinteso e strisciante “obbligo di risultato” al quale il medico non è normativamente tenuto (ma che, di fatto, la responsabilità ex art. 1218 cc da “contatto sociale” finisce a volte per attribuirgli) e che è spesso alla base di scelte terapeutiche “difensive”, pregiudizievoli per la collettività e talvolta anche per le stesse possibilità di guarigione del malato”, coerentemente con quella che è la ratio legis”.