Un dipendente, dopo essere stato reintegrato nel posto di lavoro a seguito di una vertenza con l’azienda presso la quale lavorava, postava sul proprio profilo facebook, la lettera del datore di lavoro con la quale lo invitava a riprendere servizio.

In aggiunta a quanto sopra, il dipendente provvedeva altresì a formulare commenti sessisti offensivi rivolti alle proprie colleghe di lavoro, dipingendo le stesse come “donne mature” dall’improbabile attività sessuale se non dietro “corrispettivo”.

L’analisi del magistrato si è focalizzata sulla verifica se la condotta diffamatoria possa essere considerata così grave da non consentire la prosecuzione anche provvisoria del rapporto di lavoro. Veniva osservata la gravità dei commenti offensivi della reputazione delle destinatarie oltre che la gratuità degli stessi poiché non collegabili con la precedente controversia giuslavoristica.

Il Giudice, peritus peritorum, ha approfondito il significato dell’espressione offensiva dell’acronimo “MILF”, espressione di cui lo stesso dipendente aveva richiamato la definizione dal portale wikipedia apprendendone una forte caratterizzazione negativa, sia in relazione all’attività del soggetto (prostituzione), sia all’età avanzata (ultraquarantenni) in relazione alla professione medesima.

Il magistrato ha dunque riconosciuto la lesione del vincolo fiduciario nei confronti del datore di lavoro che ha ritenuto di non poter proseguire il rapporto con il dipendente che, a mentre fredda ed in assenza di alcuna provocazione da parte delle proprie colleghe, aveva provveduto incautamente alle offese sopra riferite.

L’ordinanza conferma l’orientamento giurisprudenziale del licenziamento per giusta causa (App. Torino, sentenza del 17 luglio 2014, n. 164; Tribu. Milano, sez. lav., ordinanza del 1 agosto 2014) per post denigratori a danno del datore di lavoro ma anche nei confronti delle stesse dipendenti dell’azienda, per le quali vige un generale obbligo di protezione da parte datoriale.